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Il socialismo del XXI°
secolo
Sabato e domenica si
è tenuta una splendida assemblea verso la formazione del
nuovo soggetto politico, la sezione italiana della Sinistra Europea.
di
Pietro Folena
1.Le
millecinquecento parole
"La guerra è
pace, la libertà è schiavitù,
l’ignoranza è forza” sono i tre slogans
del partito unico che col controllo totale di Oceania domina 1984 di
George Orwell. “La stessa parola guerra è divenuta
equivoca –commenta Syme, il curatore del dizionario della
neolingua-. Sarebbe probabilmente esatto dire che, una volta diventata
continua, senza più interruzione, la guerra ha cessato
propriamente di esistere”. Syme oggi lavorerebbe per
Wolfowitz. Ma questa poderosa opera ideologica e linguistica
–che consiste, per dirla con Syme- nel distruggere centinaia
di parole ogni giorno, nel ridurre la lingua all’osso, e con
essa lo spirito critico, ha nella realtà scavalcato le
previsioni fosche del capolavoro di quel grande autore, comunista e
libertario. Don Lorenzo Milani qualche anno dopo Orwell affermava che
il divario da colmare tra il padrone e l’operaio era tra chi
possedeva 1500 parole e chi, invece, 150. Oggi si parla di digital
divide. Il manifesto di Pera –a cui ha risposto con un bel
testo Liberazione- annuncia una stagione lunga in cui in una forma
ideologica carica di aggressività sconosciuta in Europa
dalla liberazione dei campi di sterminio nazisti si manifesta la destra
neoreazionaria. Al centro dell’Assemblea di oggi e di domani
c’è una proposta di dichiarazione comune per dare
vita, nei prossimi mesi, alla Costituente di una nuova
soggettività politica, la Sezione Italiana della Sinistra
Europea. Una proposta, frutto del seminario del 22 dicembre, dei gruppi
di lavoro che lì si sono formati, e che hanno incaricato chi
vi parla e Vittorio Agnoletto di predisporre una base che poi
è stata da quei gruppi esaminata e già largamente
modificata, di un’opera itinerante che ha già
visto aggregarsi o formarsi più di 70 associazioni e
realtà collettive, nascere l’idea di un forum tra
di loro, e centinaia di individui che hanno dato vita a una loro
associazione, e che nei tre mesi di lavoro che abbiamo alle spalle ha
conosciuto iniziative programmatiche e culturali di grande rilievo.
L’Assemblea odierna, che accompagna la grande mobilitazione
europea contro la guerra e per la pace, e a cui parteciperemo coi
nostri valori e le nostre pratiche di nonviolenza, si configura come il
momento redigente della proposta di testo fondamentale –la
nostra costituzione- che nei prossimi mesi, dopo le elezioni, veda un
vero e proprio processo democratico dal basso, con assemblee, forum,
proposte, emendamenti, testi che confluiscano nell’Assemblea
Costituente della Sezione Italiana, da tenere –questa
è la nostra sollecitazione- prima dell’estate.
Cominciamo da qui –e non dalle regole interne-
perché vogliamo praticare una modalità
consapevole che i mezzi determinano i fini. Discutere delle parole, e
delle azioni che ad esse si riferiscono, è il fondamento di
un processo inclusivo che, consapevole della necessità di
cui parlavamo il 22 dicembre di “andare lenti,
perché abbiamo fretta”, non anteponga modelli
organizzativi, statuti, assetti di potere, organigrammi. A modelli,
pratiche, modalità realmente democratiche, circolari,
partecipative si dovrà andare, perché
nell’informalità si nascondono forme nuove di
élitarismo e di esproprio della possibilità di
decider,e perché non esiste soggettività politica
che non si ponga il problema della propria organizzazione. Michele De
Palma parlerà delle idee che ci siamo scambiati su questo
aspetto, ma la loro definizione è in itinere, una cosa sola
col percorso che porta alla Costituente. E lo facciamo nel cuore di
questa strana, per molti versi brutta –perché
occulta la vita delle persone- campagna elettorale. Lo facciamo sapendo
che l’Unione siamo noi –non solo noi, ma noi con i
nostri valori l’abbiamo voluta e forgiata-, che battere le
destre è un dovere repubblicano, e che la sfida
perché l’Italia cambi davvero è il
problema che ha di fronte una sinistra davvero nuova. Oggi noi diciamo
anche una terza cosa: costruiremo sicuramente, con un processo certo,
delle date che fisseremo insieme, quel grande appuntamento democratico
dal basso che milioni di donne e di uomini attendono, quello della
prima sinistra del XXI° secolo.
2.Una piazza
senza proprietari
Una dichiarazione comune,
quindi, sotto forma di lettera a quelle donne e a quegli uomini che
condividono l’idea che la politica sia una piazza senza
proprietari. “Il punto vero su cui da Genova in poi ci siamo
incontrati –dicemmo a dicembre- è il rovesciamento
di un’idea del potere: dalla conquista del potere alla
cessione del potere.” I nostri interlocutori sono fuori dal
Palazzo. Sono quelli dei Quartieri Spagnoli di Napoli di cui
efficacemente ci ha parlato al Quirino un compagno. Sono gli operai e
le lavoratrici migranti rastrellati sui posti di lavoro per aprire il
CPT di Bari. Sono il giovane su due, il doppio rispetto al 2001, che
lavorano in modo precario, di cui ci ha parlato ottimisticamente
Bankitalia. Sono i lavoratori e le lavoratrici cui l’impresa
ha espropriato tempo di lavoro e tempo di vita, per cancellarne la
soggettività di classe lavoratrice. Sono le donne offese
dalla categoria dei Berlusconi e aggredite nella propria
autodeterminazione dai neoreazionari e dalla logica del mercato e dalla
violenza proprietaria e maschilista, spesso chiusa nelle mura della
famiglia, cieca contro i bambini. Sono i pendolari dei treni, le
vittime delle liste d’attesa nella sanità, i
derubati nel libero mercato degli affitti dalle immobiliari. Sono gay,
lesbiche, transgender che soffrono per abbattere barriere e conquistare
diritti. Sono le donne e gli uomini che nelle comunità
cercano di difendersi dal liberismo, dall’inquinamento, dalle
malattie provocate dallo sviluppo. Potremmo proseguire. Se la politica
ha divorziato dalla vita, aprendo un gigantesco vuoto, è la
vita di una maggioranza di donne e di uomini il fondamento della nuova
politica. O saremo lì, con i nostri corpi, le nostre
ragioni, i nostri sentimenti, o la grande incertezza e il grande
disagio –la ricerca di senso che la crisi di questa
civiltà ha prodotto- cercheranno risposte nella violenza,
nell’odio, nel gruppo chiuso, in un far west
–sì: far west, occidente lontano, altro che
occidente superiore- in eterna guerra con l’altro e quindi
con sé stesso. I senza potere, i sans papier, i senza
cittadinanza, i senza democrazia, gli invisibili, i “sempre
umili” raccontano, oggi, la classe. Non la classe come
omogenea condizione di spoliazione nell’impresa:
c’è, ed è nel cuore della nostra
visione. Ma la classe come sentimento, come percezione di
sé, come consapevolezza dela carattere molteplice ma
unitario di una condizione. La classe come moderno quarto stato. In una
piazza senza proprietari, sì, ci possiamo incontrare,
capire, ascoltare. La Francia degli studenti, in queste ore, racconta
dell’insorgenza consapevole –come quella delle
banliueus di un’insorgenza rabbiosa e inconsapevole- contro
la precarizzazione e il liberismo.
3.Riformatori,
non riformisti
Riccardo Lombardi, nel 1967
–polemizzando da riformatore coi riformisti del suo partito-
scriveva, a proposito del tema che è nel cuore del nostro
progetto: “il reperimento delle forze vitalmente interessate
alla trasformazione, che non necessariamente coincide con le esigenze
dei partiti, è un’opera che dobbiamo cominciare a
fare, un’opera di chiarificazione all’interno di
ciascun partito, compreso il partito comunista, dove ci sono
riformatori e ci sono riformisti almeno quanti ce ne sono fra di noi;
all’interno del movimento cattolico; all’interno di
tutte le correnti che esprimono i bisogni dei lavoratori”.
Non saprei dirlo meglio ora. E ancora Lombardi concludeva dicendo che
“è un’operazione –quella
dell’aggregazione delle forze che vogliono la trasformazione
sociale- che si può non fare, ma allora bisogna sapere che
il prezzo che si paga è quello di consolidare in Italia una
politica conservatrice, moderata, riformista, che soddisfi alcuni
bisogni, ma che non cambi sostanzialmente la natura del
sistema”. Il nostro compito ora è aggregare tutte
le forze riformatrici, interne ed esterne ai partiti della sinistra,
protagoniste da Genova in poi del movimento dei movimenti, che si
pongono in termini nuovi e radicali il tema della trasformazione della
società e del mondo. I mesi hanno dato ragione alla scelta
che Rifondazione, e altri compagni di strada come chi vi parla hanno
fatto, di proporre un percorso diverso rispetto a quello volto a unire,
o federare dall’alto i partiti di sinistra così
come sono. Alcuni di noi hanno dato vita a una rete, Uniti a Sinistra
–che ha chiesto di divenire osservatore del Partito della
Sinistra Europea- , che non a caso si chiama così:
perché oggi il tema dell’unità a
sinistra non è quello dell’unità della
sinistra che c’è, ma di un programma fondamentale,
di una visione della società, di un’istanza, direi
lombardianamente, riformatrice e non riformista. Lo spazio pubblico
della politica, e quindi di quest’impresa è
europeo e globale. Scriviamo nella proposta di Dichiarazione Comune che
“l’Europa è divenuta lo spazio minimo di
intervento per la trasformazione, per le lotte, per i
movimenti”.
4.Un nuovo partito europeo e
globale
La base della costituzione della Sezione
italiana del Partito della Sinistra Europea, e quindi della nostra
Dichiarazione comune, sono i documenti approvati a Roma nel 2004 e ad
Atene nel 2005 dai Congressi della Sinistra Europea. Il movimento
altermondialista ha aperto in questi anni una fase nuova: ha svolto una
critica radicale al neoliberismo e ai suoi meccanismi di regolazione e
ha dato una nuova possibilità di iscrivere le singole lotte
dentro un processo generale di cambiamento. La mondializzazione
effettiva del WSF, culminata negli appuntamenti di Bamako e di Caracas,
dà il senso –per citare due esponenti finlandesi
del movimento, Patomaki e Teivanenì- della dialettica tra
uno spazio e un movimento. “Il WSF, scrivono gli autori,
potrebbe essere concepito come un parlamento, nell’originario
senso latino del termine” e, ancora si domandano:
“potrebbe diventare un partito politico globale, o dovrebbe
facilitare la creazione di organizzazioni politche tipo-partiti a
livello globale?” La nascita nel 2004 del Partito della
Sinistra Europea si inserisce in questo contesto. La sua evoluzione in
questi anni –basti pensare al successo della Linke tedesca-,
che fa del rapporto con il movimento dei movimenti e
dell’innovazione di cultura politica da esso prodotta, il
discrimine della sua identità, è un abbozzo di
risposta a quegli interrogativi. La domanda di democrazia e di
partecipazione, che ha messo in discussione le forme gerarchiche e
autoritarie della politica e del potere, ci fa pensare che è
giunto il momento che in Italia, a partire da una generazione di
giovani e di ragazze lontani dalle vecchie ritualità della
politica, si costruisca il primo soggetto europeo, attraverso la
formazione della Sezione Italiana del Partito della Sinistra Europea.
Proponiamo un nuovo modo molteplice di stare assieme: partiti comunisti
che hanno praticato un’innovazione politica di sinistra,
soggettività politiche della sinistra socialista e laburista
che vogliono andare oltre le esperienze socialdemocratiche, forze
sindacali che hanno praticato esperienze nuove di conflitto e di
relazione con i lavoratori, esperienze del femminismo,
dell’ambientalismo critico, dei movimenti dei diritti civili
e delle libertà contro la repressione e il proibizionismo,
cristiani che dalle proprie ragioni di fede traggono motivi di radicale
impegno sociale, comitati delle mille vertenze locali,
dell’acqua, del territorio e così via, i movimenti
impegnati sul fronte della cultura, della libertà di
espressione, della conoscenza come bene comune, realtà del
volontariato impegnato nella solidarietà e nella
cooperazione, il nuovo movimento pacifista, movimenti della varie
pratiche della disobbedienza e del conflitto sociale, possono unirsi in
un progetto comune che parta dal riconoscimento delle differenze e del
rispetto dell’autonomia e dell’identità
di ciascuno.
5.Per un socialismo del XXI°
secolo?
Il fondamento culturale di
un’impresa di questa portata rappresenta un problema
complesso, grandioso e assolutamente irrisolto. Dico subito che una
delle idee feconde nate in queste settimane è quella di
darsi un luogo di ricerca e di pensiero comune per tutte le esperienze
che si federano e riuniscono nella Sezione Italiana. Un luogo che, come
l’esperienza di Transform ci propone, metta in relazione
saperi, inchieste, differenze: alimenti la conoscenza della
realtà per dare all’azione volta a trasformarla
forza ed incisività. Potremmo pensare a raccordare
Alternative, altre riviste, centri culturali, e a un sistema nazionale
di scuole di nuova politica. Ad Atene, all’ultimo congresso
della Sinistra Europea, dopo una discussione non facile, la parola
“socialismo” è ricomparsa nei documenti
ufficiali. Si pongono due problemi. Il primo riguarda l’usura
che, per ragioni diverse, il termine socialismo ha avuto, fino ad un
vero e proprio black-out nelle coscienze giovanili. Il secondo la
consapevolezza che – pur essendo attuale il richiamo al
socialismo come esperienza storica- nuovi problemi, e nuove culture si
presentano, e sembrano andare oltre questa parola, o almeno le sue
accezioni prevalenti. Nel WSF, fino a Caracas, e alle posizioni di
Chavez, questa questione sembrava fuori dall’orizzonte. Ora
si parla invece, pur con accenti diversi, di “socialismo del
XXI° secolo”. La mia cultura mi porterebbe a
riproporre, non fosse altro che per la radice di questa parola, la
questione. Abbiamo bisogno di idee positive, il cui etimo sia chiaro.
Nel documento costitutivo della rete di Uniti a Sinistra, pur con
grande problematicità, si scrive: “per ora, in
questa ricerca, ci limitiamo a indicare la strada di un socialismo
radicalmente democratico, europeo e globale nei suoi strumenti, come
alternativa”. Ma il processo che stiamo avviando
dev’essere talmente inclusivo e partecipe da definire prima
la cosa –per parafrasare una vecchia discussione- e poi il
nome. Ciò che davvero è esaurito è il
socialismo riformista, incapace di fare i conti con questo mondo.
“Nessuno può credere –è
ancora Lombardi che scrive- che il problema del benessere sia solo un
problema di ripartizione. I socialisti vogliono la società
più ricca perché diversamente ricca: è
il tipo di benessere, il tipo cioè di consumi ch noi
vogliamo cambiare…”. Berlinguer, dieci anni dopo,
poneva la stessa questione. E ora, quarant’anni dopo Lombardi
e trenta dopo Berlinguer, la questione ha assunto una rilevanza globale
e non rinviabile. La dichiarazione propone molti nostri
“vogliamo”. Con l’assemblea odierna
formiamo cinque gruppi di lavoro, che discuteranno per blocchi di
questioni dei “vogliamo”, e che saranno tra gli
animatori della fase costituente. Qui mi voglio soffermare su alcune
parole fondamentali che definiscono il nostro progetto di
società. 8. Le nostre parole: lavoro Conosco
l’obiezione: il lavoro – meglio: i lavoratori
– sta a fondamento della sinistra del Novecento. Anche nella
sinistra “radicale”, la “fine del
lavoro” ha prodotto l’idea che ci si debba occupare
più degli aspetti complessivi della vita delle persone che
di ciò che esse fanno quando lavorano. Questa visione
accomuna i “liberal” del partito democratico a
settori radicali, anche estremi, della sinistra. Dalla
centralità del lavoro a quella del consumo. Mi chiedo
però: non c’è anche qui un rischio di
scivolamento della teorizzazione e della pratica politica sul terreno
del neoliberismo? Quale trasformazione sociale si può
intravedere nell’accettazione dei “nuovi
lavori” e nella conseguente rivendicazione di misure di
welfare adatte a sostenere questo mercato del lavoro? Non è
forse più “alternativo”
l’obiettivo di cambiare le regole del mercato del lavoro,
affinché lo sfruttamento sia ridotto “a
monte” e ridare al lavoro quella funzione di emancipazione
che ha posseduto del secolo scorso, come del resto si propone il
programma dell’Unione? Certo, confrontandosi con le
trasformazioni del “modo di produzione
capitalistico” introdotte dal neoliberismo e soprattutto
dalla rivoluzione informatica. Ciò che non si può
accettare è semplicemente l’idea che il
capitalismo ha fatto questa rivoluzione e noi, la sinistra, la si debba
accogliere così com’è. Al contrario,
come accadde per il movimento operaio – iniziato con le
associazioni operaie di mutuo soccorso – , anche il movimento
contro la precarietà sta spostando la sua attenzione dalla
lotta “fuori” dalla dimensione lavorativa a quella
“dentro” il lavoro. E’ necessario il
salario di cittadinanza. Ma sarebbe controproducente
“scambiarlo” con l’accettazione della
flessibilità. Il tempo di vita, la qualità del
lavoro, che è una attività che tende ad occupare
sempre più ore della giornata, non può essere
“monetizzato”. Occorre invece riprendere in mano la
bandiera dei tempi di vita e di lavoro. La flessibilità non
può essere quella del lavoratore. Semmai deve essere quella
dell’impresa. Se c’è qualcosa di
ingessato, in Italia e in Europa, non è il mercato del
lavoro, ma sono le produzioni. Sono proprio le imprese quelle
più restie ai cambiamenti. Il costo di questa
“rigidità” viene fatto pagare ai
lavoratori: per rimanere competitivi si abbassano salari e livelli di
tutela. La logica va ribaltata: più diritti e più
tutele per i lavoratori, più innovazione nelle imprese. Meno
finanziarizzazione, attraverso la leva fiscale che colpisca i guadagni
speculativi, profitti meno eclatanti, maggiore investimento sulla
ricerca e maggiori salari. Ridare dignità e funzione sociale
al lavoro, quindi, strumento di fuoriuscita dalla povertà e
di eguaglianza. Ecco cosa significa “centralità
del lavoro”, in contrasto a questo modello di organizzazione
del lavoro. E in questo contesto il salario di cittadinanza
è una forma di redistribuzione che può essere
“individualizzata”. Chi ne usufruirà con
un assegno, perché ancora alla ricerca di un lavoro, chi lo
riceverà in termini di servizi, di formazione continua, di
cultura, di connettività alla rete, persino –
perché no – di svago. Il mondo del lavoro (e
quello del non-lavoro e del precariato) rimane quindi centrale anche
nella globalizzazione. Ciò che è cambiato,
soprattutto, è che lo sfruttamento non avviene
più a livello di singola fabbrica, di singola azienda, di
singolo paese, ma su scala globale. In questo senso consideriamo
condizione decisiva per la democrazia e per il miglioramento nel
rapporto con il lavoro per ogni uomo e ogni donna, la
possibilita’ dei lavoratori e delle lavoratrici di esercitare
insieme il ruolo di soggetto collettivo. La democrazia e la sua crisi
sono oggi un nodo centrale. La democrazia dei lavoratori e delle
lavoratrici è elemento fondante della democrazia in
generale. Un modello sociale ed economico in grado di consentire una
dialettica democratica, rispetto agli sviluppi della societa’
comporta che nei propri connotati vincolanti e strutturali vi sia la
piena assunzione del riconoscimento dell’autonomia del punto
di vista del lavoro rispetto al capitale, e quindi il riconoscimento
delle soggettivita’ dei lavoratori e delle lavoratrici e
della necessita’ che queste possano esprimersi nei termini di
soggetto collettivo. La riunificazione del lavoro richiama pertanto sia
un problema di organizzazione, rappresentanza, forme e pratiche
sindacali e politiche, sia contemporaneamente il problema delle
caratteristiche strutturali del modello sociale ed economico.
È centrale e vitale per la stessa democrazia la
possibilita’ per i lavoratori e le lavoratrici insieme di
esercitare potere sui processi di trasformazione.
6.Pace
e nonviolenza
Pace e non violenza sono altre due
parole utili. Il movimento operaio, e i partiti nati da esso, sono
sempre stati “pacifisti”, almeno negli
intendimenti. “La pace ai popoli” faceva scrivere
sui muri Lenin. Ma “pace” a volte ha significato
qualcosa di non molto dissimile dal “deserto” di
Tacito. Non solo per il comunismo sovietico: le stragi in Algeria
ordinate dal governo della Sfio o la conquista militare
dell’Iraq in cui il governo laburista inglese ha avuto tanta
parte, non sono accidenti della storia o
“deviazioni” da una retta via. Comunisti e
socialisti hanno da rimproverarsi un passato fatto anche di
atrocità. Queste atrocità hanno una radice
comune: l’idea che la violenza sia un mezzo legittimo di
conquista e mantenimento del potere. Questo non ha nulla a che vedere
con la necessità storica, a volte, di imbracciare le armi
contro una sanguinosa dittatura, come accadde in Italia sotto il
nazifascismo. Ha invece molto a che fare con l’idea che la
violenza e la guerra siano a volte necessarie per mantenere
l’ordine. Che “l’uso della
forza”, sebbene definito come extrema ratio, sia utile a
esportare la democrazia. Sono preferibili i vecchi conservatori che
finanziavano Saddam Hussein o i nuovi, quelli che lo hanno abbattuto?
La risposta è facile: sono gli stessi, che ora si occupano
dell’Iran, dopo averne apertamente favorito
l’involuzione teocratica. Gli stessi interessi, le stesse
lobby e persino le stesse persone. L’inganno mediatico e la
demagogia della “libertà” da portare ai
popoli oppressi ha funzionato anche a sinistra. In realtà il
tema è come rendere la guerra e la violenza un
tabù. Il nuovo socialismo è nonviolento nel senso
che non pensa che esista una élite (una classe generale, una
classe dirigente, una avanguardia proletaria o borghese) legittimata a
usare la forza per conquistare il potere o mantenerlo. Pensa al
contrario che il problema non sia la “conquista del
potere” ma la sua cessione. Dalle classi privilegiate a
quelle subalterne. Dallo Stato alla società. Nonviolenza,
quindi, come nuovo paradigma che cancella la dittatura del proletariato
(il “peccato originale” che ha reso possibile lo
stalinismo nel mondo comunista) ma anche l’atteggiamento
“benevolo” nei confronti della guerra nel campo
socialista, a volte manifestatosi in forma neutralista, come nel caso
della Seconda internazionale, altre volte apertamente interventista.
Sentiamo sempre più la bruciante attualità delle
domande di Aldo Capitini: “noi vogliamo una
società di tutti, e cominceremo con l’ammazzarne
migliaia? Vogliamo una società amorevole, e cominceremo col
coltivare e stimolare odio? Vogliamo una società libera, e
aumenteremo la tirannia e l’assolutismo? Vogliamo un fine
buono e pulito, e useremo mezzi sporchi e terribili?”. Ed
è Danilo Dolci a ricordare il proverbio americano che dice
“se hai un martello, il mondo si presenta come un
chiodo”. “In altre parole: se hai un esercito,
tutti i problemi diventano militari”.
7.Genere
e diritti
La questione di genere e la teoria e la
pratica di diritti civili e della persona che ha contribuito a
suscitare fuoriesce dall’orizzonte del vecchio pensiero
comunista e socialista, e fa entrare nella storia il corpo, la persona,
i sentimenti. Mette in discussione una nozione di economia e di
politica. Ci impegnamo a far conoscere, valorizzare e sostenere i
grandi processi di liberazione umana che in tutte le parti del mondo
vedono protagoniste le donne, protagoniste oggi come non mai delle
grandi sfide a cui l’umanità deve rispondere per
fronteggiare la crisi di civiltà che viviamo.
L’autodeterminazione delle donne, il loro diritto ad una
maternità libera e consapevole, l’opposizione
all’assalto mercantile e maschilista al loro corpo sono parte
integrante di rapporti tra i due generi ispirati
all’equità, alla solidarietà e alla
condivisione. La lotta contro la violenza che le donne, e i bambini
subiscono nelle mura domestiche deve avere lo stesso rilievo che ha
avuto nella Spagna di Zapatero. Abbiamo il compito, senza laicismi
indifferenti che non ci appartengono, ma in nome dei nostri valori di
vita e di giustizia, di contrastare quella gigantesca doppia morale che
ci consegna l’Italia delle destre. Ma il pensiero delle donne
ha prodotto la novità più significativa sul
terreno di un’ìidea di libertà. Ci
impegnamo a porre al centro della nostra azione politica la
coniugazione tra diritti individuali e diritti collettivi, tra diritti
civili e diritti sociali come migliore sintesi delle culture
progressiste del novecento. Ci impegnamo a rimuovere ogni ostacolo ogni
discriminazione nella vita degli individui, a cominciare da quelli che
sorgono in ragione dei propri orientamenti sessuali. Ci impegnamo a
superare ogni barriera materiale e immateriale che impedisce ai
diversamente abili, agli anziani, alle persone sole di essere
cittadini. Ci impegnamo a contrastare ogni proibizionismo e ogni
atteggiamento repressivo e illiberale nei confronti dei liberi
comportamenti individuali.
8.Beni comuni e altra
economia
Oggi la partecipazione dei cittadini
nell’economia si
traduce nella gestione partecipata dei beni comuni. Questo, credo,
è il paradigma economico più innovativo partorito
dal
movimento. I beni comuni (l’acqua, l’atmosfera, il
territorio, l’energia, la conoscenza, la sicurezza
sociale….) sono il tema economico per un nuovo socialismo.
Preservare i beni comuni dal mercato è l’urgenza
di questi
anni, sotto la pressione degli accordi commerciali internazionali
(Gats) che impongono privatizzazione nei servizi, culminata
nell’accordo consociativo tra una maggioranza di socialisti e
di
conservatori al PE sulla Bolkestein, che noi contrastiamo con fermezza.
I beni comuni, però, non sono solo l’urgenza
contingente.
Definire alcuni beni materiali e immateriali come
“comuni”,
vale a dire di tutti, e quindi non privatizzabili
(“privato” è participio passato del
verbo
“privare”), significa porre dei limiti oltre i
quali il
mercato non deve spingersi. Significa – lo dico mutuando
un’espressione berlingueriana – introdurre degli
elementi
di socialismo nell’economia di mercato. Riproporre quindi, in
forme nuove, non stataliste ma partecipative, il modello
dell’economia mista che ha fatto del Novecento il secolo
socialdemocratico. I beni comuni, insomma, non come un
“residuo” ideologico, ma come elemento costitutivo
di una
diversa idea dell’economia. Tra i beni comuni
l’acqua
assume un valore simbolico fondamentale. “L’acqua
non
è una merce” è uno slogan con
significato che va
oltre la battaglia contro la privatizzazione degli acquedotti e delle
aziende municipali operata anche da amministrazioni di centrosinistra.
Siamo in presenza di una politica, quella della privatizzazione
dell’acqua e dei beni comuni che non ha precedenti e che sta
producendo ovunque nel mondo maggiore povertà,
più
insicurezza, meno salute e in alcuni casi persino la disperazione e la
morte. Questa della privatizzazione dell’acqua è
la
più disastrosa delle misure che la globalizzazione
– per
meglio dire: la globalizzazione guidata da Wto, Fondo monetario e Banca
Mondiale – ha introdotto. Non che agli albori del pensiero
liberale e liberista fosse così chiaro che l’acqua
può essere considerata una merce come altre. Per Adam Smith
l’acqua aveva un valore d’uso –
elevatissimo –
ma nessun valore di scambio: “Nulla è
più utile
dell’acqua” – scriveva Smith –
“ma
difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente
se ne
può avere qualcosa in cambio”. Invece poi
l’acqua
è divenuta una risorsa rara, sempre più rara. E
quindi
appetibile per il mercato. Ma l’acqua non è
davvero una
merce. E’ un diritto. E nessuno può esserne
“privato”. La sua gestione deve rispondere a
criteri
pubblici, non solo e non tanto nel senso della proprietà
pubblica delle risorsa e delle infrastrutture che la portano nelle
nostre case, nei campi, nelle fabbriche. Non è un caso che,
grazie alla forza di queste convinzioni e dei movimenti che le
propongono, il programma dell’Unione propone
un’inversione
a U su questo punto. Ma qui c’è una parte del
problema. Ma
il tema è la sua gestione partecipata, la
possibilità
cioè che i cittadini possano mettere bocca nelle decisioni
delle
aziende, degli organi di controllo, delle istituzioni pubbliche
demandate a gestirla. Questa è una nuova idea di pubblico
che
non vuol dire più semplicemente
“statale” o
“comunale” ma assume un’accezione
più
generale. Un’accezione “socialista”,
sempre usando il
termine nel significato di “cessione di potere verso la
società”. L’altro grande “bene
comune”
oggi in pericolo è la conoscenza. Non parlerò qui
della
scuola, dell’università e della ricerca, terreno
privilegiato, in Italia, in Francia, in Europa, dello scontro. Voglio
riferirmi a varie forme giuridiche (brevetti, copyright, diritto
d’autore sempre più omnicomprensivo e duraturo nel
tempo)
con cui si stanno mettendo in pericolo i fondamenti della ricerca
scientifica e tecnologica, della cultura popolare, della letteratura,
di ogni forma di ingegno. Oggi si può impedire di regalare
un
libro, se questo è un libro elettronico. Si può
impedire di regalare un film, se è in formato digitale.
Sembra un’inezia, ma pensate a cosa ha significato il
prestito di libri (in forma privata ma soprattutto in forma pubblica,
attraverso le biblioteche) per la diffusione della cultura e per
l’alfabetizzazione. Oggi il sapere è una merce,
come le altre. Si paga per entrarne in possesso. Se è in
formato digitale, si può impedirne la diffusione. In Europa
e negli Usa con le direttive Eucd e la legge Dmra questa
possibilità è stata codificata tutelata sul piano
penale. Con i brevetti sul software si chiude con un chiavistello la
possibilità di utilizzare nuovi algoritmi, che altro non
sono che una forma particolare di rappresentazione della logica e della
matematica. Domanda: se Einstein avesse potuto brevettare le sue
formule oggi avremmo i laser, gli acceleratori di particelle, tutte le
applicazioni nelle quali la relatività ha un ruolo
fondamentale? No, tutto ciò avrebbe subito un ritardo di
almeno 20 anni, tanto dura il brevetto. E fin qui siamo nel campo del
non necessario per vivere (anche se sfido qualunque
“riformista” attento alle esigenze delle
multinazionali della conoscenza a rinunciare al progresso). Ma con i
brevetti sui farmaci si impedisce a milioni di persone di curare
l’Aids. Si nega cioè la vita in nome della tutela
della “proprietà intellettuale”. Qual
è il diritto prevalente? La risposta per ognuno sarebbe la
vita. Per il neoliberismo no, è la proprietà
intellettuale. Che sinistra è quella che, anche di fronte a
questo dramma, non si pone il problema del cambiamento di paradigma.
10.“Cessione
del potere”,
come antidoto anche alla
violenza, è quindi un cardine della nostra visione, direi
quasi la sua definizione: cedere il potere alla società.
Significa assumere in modo radicale l’idea di democrazia.
Liberarsi di ogni tentazione di separazione tra governati e governanti,
tra ceti dirigenti e popolo, tra avanguardie e masse. Si è
dato un nome, democrazia partecipata, all’idea che, oltre
alle istituzioni rappresentative dello Stato, esistano altri luoghi di
confronto e di decisione. Che il governo di cui si dota un popolo per
assicurare i diritti inalienabili di ciascuno (prendo volutamente e
provocatoriamente a modello la definizione della Dichiarazione di
Indipendenza americana), non è fatto solo dagli organismi
dello Stato ma da una rete di autonomie nella società
stessa. In parte le istituzioni locali possono svolgere un ruolo del
genere. Ma non sono affatto sufficienti, così come sono.
Dalla municipalità di Porto Alegre si è diffusa
la pratica del bilancio partecipativo che fa decidere ad assemblee
aperte, popolari, parte della destinazione dei fondi a disposizione
dell’amministrazione. E’ un’esperienza
che è arrivata anche in Italia e attuata da diversi comuni,
circoscrizioni, e che si sta sperimentando persino a livello regionale,
grazie a noi, nel Lazio. Non è poca cosa: le giunte, i
consigli, si privano di una fetta di potere e la cedono ad altri, alla
società: associazioni, comitati e persino singoli cittadini.
Una fetta di potere, peraltro, che attiene al denaro. In alcuni comuni
si sta sperimentando il metodo partecipativo per la definizione del
piano regolatore urbanistico, che rappresenta forse l’atto
più importante di una amministrazione cittadina. Buone
pratiche, esempi che si diffondono. Anche le primarie sono una cessione
di potere. Sono gli elettori a decidere chi è il candidato.
Non riesco davvero a comprendere la sufficienza (a volte
l’avversità) con la quale una parte della sinistra
ha accolto le primarie. Intanto per motivi, diciamo,
“pratici”: in Puglia senza primarie avremmo avuto
un candidato debole e moderato, invece è stato nominato e
poi ha vinto un candidato forte e radicale; in Sicilia, senza le
primarie, Ds e Margherita avrebbero, nella migliore delle ipotesi,
ripescato un dirigente onesto della Dc o del Pri, ma poco
rappresentativo dell’esigenza di cambiamento in quella
regione. Sul piano nazionale senza le primarie Romano Prodi sarebbe
stato solo un “indicato” dai partiti, che certo non
godono di grande stima da parte degli elettori. Sottoposto ai ricatti
di una classe dirigente che ha già dimostrato di essere
inadatta a guidare il centrosinistra e che oggi gode di una rendita di
posizione data dagli errori dell’avversario, molto
più che dai suoi meriti. Ma insisto:
c’è una argomentazione profonda, quella della
partecipazione popolare, che rende le primarie
“all’italiana” una pratica profondamente
innovativa e democratica.
11.Per nuove pratiche
della politica:
l’inchiesta Assumere
un’idea radicalmente democratica, dai lavoratori che votano
nella fabbrica ai cittadini che scelgono i candidati, impone di
praticare strade e cammini impegnativi e faticosi. La politica come
casta privilegiata e separata esclude e allontana. La
pluralità di canali di accesso alla Sezione Italiana della
Sinistra Europea –il partito, le sue componenti; altri
partiti o aree di partiti che aderiscano a questo programma; gli
aderenti individuali, con la loro associazione; le associazioni
collettive; le forme comuni di rappresentanza- dev’essere
intesa come sperimentazione di molteplicità, incontro e
contaminazione di differenze, moltiplicazione delle
possibilità che tutte e tutti, a partire da chi ha di meno,
dagli invisibili, dai senza cittadinanza, possano agire politicamente.
Se il ventennio turbocapitalista è stato segnato da un
massiccio processo di privatizzazione della politica, di riduzione
della democrazia, di intreccio tra economia, affari e esercizio di
funzioni politico-istituzionali, il ciclo in cui stiamo e a cui
intendiamo partecipare con questo progetto dev’essere segnato
da una pubblicizzazione della politica, bene comune per eccellenza,
dall’allargamento della democrazia in spazi sconosciuti nelle
democrazie occidentali, dalla messa in discussione di quella che Carta
ha chiamato la “zona rossa” dei partiti, Giulio
Marcon la loro “monarchia”, altri la
loro“poliarchia”. La nuova legge elettorale, dopo i
vizi di personalizzazione sfrenata delle precedenti norme, consegna un
potere assoluto ai vertici dei partiti, ne accentua la separazione. Il
problema è duplice: come altri soggetti, fuori da quelli
della rappresentanza politica, acquisiscono diritti e strumenti oggi
riservati ai partiti; ma anche come i partiti, o comunque vorremmo
chiamare le forme della rappresentanza politica, mutano geneticamente,
si rifondano su grandi opzioni ideali, operano una rivoluzione
democratica e una cessione di potere alla società. Per
questo –sull’onda della bella esperienza delle
primarie per Bertinotti- pensiamo che la fase costituente dei prossimi
mesi, e poi il nostro lavoro, si devono fondare sulla pratica
dell’inchiesta. Le nostre associazioni, i circoli di partito,
i gruppi che fanno riferimento alla nostra galassia devono ripensarsi
con questo obiettivo: accanto al questionario e alla registrazione di
opinioni sarebbe straordinario documentare, con le piccole telecamere
digitali, un viaggio nell’Italia di oggi, una nostra
“lunga strada di sabbia” come
quell’inchiesta, straordinaria, che Pasolini
realizzò nel 59. Produrre una grande inchiesta sul lavoro,
sulla vita, sulla precarizzazione e poi discuterne –come fece
Danilo Dolci negli anni 60 a Palma di Montechiaro, chiamando
intellettuali e movimenti a un grande impegno di lotta contro la
miseria- in uno, o più grandi appuntamenti collettivi.
Proprio questa straordinaria figura impegnata dalla parte giusta, a
qualcuno che gli domandava perché, rispondeva:
“sono uno che cerca di tradurre l’utopia in
progetto. Non mi domando se è facile o difficile, ma se
è necessario o no. E quando una cosa è
necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto tempo, ma
sarà realizzata”. E’ il nostro
sentimento.
12.Battere le destre
Prendiamo
quest’impegno ora, in campagna elettorale: realizzare questa
novità nella politica italiana ed europea. Rifondazione ha
aperto con coraggio le sue liste, e molte e molti di noi, con storie e
percorsi diversi, sono candidati. Si è deciso che nella
prossima legislatura non ci saranno indipendenti, ma tutti faranno
parte integrante di gruppi parlamentari della Sinistra
Europea-Rifondazione Comunista. Ora dobbiamo battere le destre e creare
le condizioni perché l’Italia cambi davvero. Sul
primo punto, dobbiamo anticipare lo spirito dell’inchiesta:
distinguerci perché noi portiamo frammenti della vita in
questa contesa. Sul secondo, il compromesso avanzato del programma
–frutto delle lotte e dei movimenti di questa stagione
straordinaria- diventerà realtà, e su alcuni
punti si sposterà in avanti solo se ci sarà una
pratica di governo aperta e di ascolto, e una pratica sociale di
conflitto. In una coalizione necessariamente con i moderati, la
sinistra non peserà per la sua abilità nel gioco
politico, ma per la sua scelta sociale. Noi facciamo, radicalmente, fin
da ora, questa scelta sociale. Dar vita a questo progetto è
quindi necessario. Per cambiare davvero ci vuole, con i movimenti e con
i conflitti, una nuova grande forza democratica collocata dalla parte
giusta.
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