Forum Verso La Sinistra Europea - Sezione Ligure
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Contributo dopo l'assemblea di Roma del 24 luglio 2006

Cari compagn*,
siamo Giuseppe Gonella e Rita Lavaggi di PuntoRosso-Genova.
Proveniamo dall’esperienza del movimento dei Social Forum, non siamo iscritti a Rifondazione ma abbiamo sempre riconosciuto a quest’ultima il grande merito di aver fatto fin dall’inizio la scelta di stare a fianco, anzi dentro il movimento. Abbiamo da subito condiviso con entusiasmo il progetto di costituire una sezione italiana della Sinistra Europea, proprio perché sentivamo l’esigenza di un “interlocutore” politico che, pur nel mantenimento dell’autonomia dei movimenti rispetto ai soggetti politici istituzionali, fosse in grado di raccogliere il meglio che il “movimento dei movimenti” ha espresso in questi anni.
Abbiamo partecipato al seminario sulla Sinistra Europea tenutosi a Roma il 24 luglio e vorremmo condividere alcune considerazioni a margine dell’incontro, con la precisazione di non essere intervenuti nel corso del dibattito per evitare di prolungare ulteriormente la già corposa discussione.
 
In primo luogo, una valutazione di tipo metodologico.
Già in almeno uno degli interventi si è fatto cenno alla necessità di cambiare il modo di gestire assemblee come quella in questione, soprattutto al fine di consentire il massimo allargamento della partecipazione, specie per i “non addetti ai lavori”.
Condividiamo tale esigenza e, a tal riguardo, vorremmo avanzare una proposta. Anziché adottare la tradizionale metodologia “da congresso” (introduzione, relazione di apertura, interventi degli iscritti a parlare, conclusioni), perché non prevedere che coloro ai quali è affidato il coordinamento dell’incontro, propongano, all’inizio, una serie di temi da affrontare e sui quali esprima il proprio parere la maggior parte dei partecipanti (possibilmente, la totalità di essi) attraverso interventi molto brevi? Pensiamo che ciò consentirebbe di evitare una certa verbosità che purtroppo scappa un po’ a tutti e che porta spesso a ripetere concetti già espressi e magari già condivisi. In tal modo, pensiamo che si darebbe maggior spazio al dibattito, consentendo a tutti di dare il proprio contributo.
 
Venendo a questioni più di merito, vorremmo sottolineare un paio di aspetti.
 
Nel corso del dibattito si è ancora una volta fatto riferimento alla “categoria” del “movimento operaio” quale unico o, comunque, principale soggetto portatore dell’istanza rivoluzionaria di trasformazione della società.
Senza (dovrebbe essere inutile precisarlo ma lo facciamo lo stesso) voler nulla togliere all’importanza del ruolo svolto, nel corso dei due secoli passati, dalla classe operaia nel processo di liberazione collettivo, pensiamo che, oggi, fare questo tipo di riferimento sia più un approccio di tipo mitologico che un qualcosa di effettivamente aderente alla realtà. Esiste, oggi, nel mondo un “movimento operaio”, portatore di una consapevole “coscienza di classe”, al di là della mera istanza rivendicativa, spesso di carattere puramente corporativo? O, piuttosto, le più avanzate istanze di trasformazione sociale sono espresse da nuovi soggetti non necessariamente ricompresi in quella categoria? A noi sembra che sia così.
Analogo discorso si può fare circa la questione della “centralità” di alcune tematiche, come sono state richiamate da diversi interventi.
Infatti, abbiamo sentito chi vorrebbe porre al centro la “questione del lavoro”, chi la “questione ambientale”, chi quella dei diritti o quella della pace/guerra e così via a seconda delle “specializzazioni” di ciascuno.
Allora, vorremo avanzare anche qui una proposta. Perché non utilizziamo una categoria mutuata dall’esperienza zapatista, ponendo al “centro” della nostra analisi e azione politica semplicemente “Quelli che stanno in basso”, contrapposti a “Quelli che stanno in alto”?
Avremmo così una sola categoria “centrale” che si declina in una pluralità di soggetti a seconda del contesto di riferimento in cui ci si trova ad operare per il cambiamento.
Allora, parlando di lavoro, “quelli che stanno in basso” sono sicuramente gli operai di Melfi ma sono, per esempio, anche le figure professionali (un tempo definite “di concetto”) che, con l’introduzione sempre più estesa delle tecnologie informatiche stanno subendo un processo di dequalificazione professionale analogo a quello che si verificò, all’apice del fordismo, con il passaggio dall’operaio specializzato (la cosiddetta “aristocrazia operaia”) all’operaio-massa, trasformando il lavoratore in un soggetto assolutamente sostituibile in qualsiasi momento (con tutto quello che ciò significa in termini di precarizzazione anche del lavoro teoricamente stabilizzato). E lo sono anche, ovviamente, quelli che possiamo definire come “portatori di non-lavoro”, i precari e gli esclusi dal mondo del lavoro.
Parlando, invece, di ambiente, “quelli che stanno in basso” sono tutti i cittadini che sono costretti a subire le aggressioni al proprio territorio decise ben sopra le loro teste: lo sono i cittadini della Valsusa come quelli del Ponente genovese (in questi giorni alle prese con l’inceneritore) o quelli di Reggio Calabria e Messina.
O, parlando, di pace e guerra, “quelli che stanno in basso” sono sicuramente le vittime, tutte, che qualche volta anche noi corriamo il rischio di dimenticare, tutti presi nelle nostre discussioni tra “nonviolenti”, “pacifisti”, “pacifici” o come altro vogliamo autodefinirci.
E così via...
Pensiamo che questo sia il solo modo per affrontare la complessità del mondo, attraverso una visione che, come diceva Giorgio Riolo nel suo intervento, non può che essere “olistica”, come ci ha insegnato il movimento dei movimenti con la sua opposizione alla “guerra militare, economica, sociale, ambientale e di genere” condotta dal neoliberismo contro l’intera umanità.
 
Un altro punto emerso più volte nella discussione è quello del ruolo di Rifondazione nella creazione del nuovo soggetto politico. Molti degli intervenuti hanno ribadito che il processo di costituzione della sezione italiana della Sinistra Europea non va inteso né come una “dissoluzione” di Rifondazione nella nuova entità, né come una “cooptazione” dei vari soggetti esterni a Rifondazione all’interno di quest’ultima.
Pienamente d’accordo. Ma siamo sicuri che questo tipo di approccio sia ben chiaro al di fuori delle quattro mura della sala in cui ci siamo incontrati?
E’ un interrogativo che, pensiamo, riguardi, oltre che l’opinione pubblica (fortemente condizionata, come è ovvio, dai media), anche coloro che sono coinvolti nello stesso processo costitutivo, sia chi è oggi all’esterno, sia chi è all’interno di Rifondazione.
La nostra esperienza genovese, da questo punto di vista, crea non pochi dubbi. Pur in presenza di un’esigenza (da più parti riconosciuta) di unità a sinistra (soprattutto con riferimento alla sinistra radicale), continuiamo a rilevare una forte diffidenza nei confronti della possibilità che la Sinistra Europea, alla fine, sia solo un “restyling” di Rifondazione, diffidenza che, per certi versi, si è andata accentuando dopo la partecipazione del PRC al governo Prodi.
D’altro canto (e questo è stato rimarcato in diversi interventi), anche all’interno di Rifondazione c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto a livello della base.
Insomma, a nostro parere, la “terza via” tra scioglimento del PRC e cooptazione è un qualcosa che, al momento, non si può assolutamente dare per acquisito.
A questo proposito, non possiamo fare a meno di esprimere un qualche dubbio su quanto preannunciato, nella sua introduzione all’assemblea, da Walter De Cesaris in relazione al fatto che i prossimi passaggi pubblici del percorso di costituzione della Sinistra Europea si terrasnno i prossimi 23 e 24 settembre nell’ambito e a latere della Festa nazionale di Liberazione. Pur rendendoci conto dei vantaggi organizzativi che una tale soluzione presenta, pensiamo che ciò verrebbe da più parti letto come un forte “imprinting” di Rifondazione sul processo costituente, confermando i dubbi di quanti paventano, o prefigurano, lo spettro della cooptazione. Insomma, temiamo che ci sia il rischio di un autogol. Riflettiamoci un po’ sù...
 
Infine, da buoni genovesi, vorremmo richiamare una problematica riguardo alla quale, nei discorsi circa l’assetto organizzativo/strutturale che dovrebbe caratterizzare il nuovo soggetto politico, ci sembra non si sia andati oltre un qualche breve accenno: quella delle “palanche”, ossia delle risorse economiche necessarie per far funzionare l’organizzazione, qualunque essa sia. In particolare, pensiamo che si debba affrontare chiaramente la questione di definire il “chi”, il “come” e il “quanto” circa i fondi che serviranno al nuovo soggetto. Forse è ancora un po’ presto per parlarne, ma pensiamo che sia una questione che è strettamente correlata a quella dei rapporti tra le varie “gambe” della Sinistra Europea e della loro equipollenza.
 
Sperando di aver dato il nostro piccolo contributo al dibattito senza aver fatto troppo i guastafeste, vi salutiamo tutt* augurandoci “buon lavoro!”